Il mare e gli uomini

 

L’uomo ha affrontato i disagi ed i pericoli del mare per tre ragioni fondamentali: per trasferire se stesso ed i suoi beni da un punto all'altro del globo, per sfruttare le risorse che esso offre e perché in fondo gli piace.

 

L’UOMO SOLCA, SFRUTTA ED AMA IL MARE

 

L’uomo ha scoperto che solcando il mare poteva accrescere le proprie ricchezze ed il proprio benessere, però ha incontrato subito la concorrenza dei suoi simili decisi ad arrivare prima di lui, tagliargli le nuove vie di comunicazione e depredarlo in mare: al concetto di navigazione si sono quindi associati quelli di dominio del mare e di potere navale.

L’uomo non doveva sentirsi molto uno suo aggio a cavalcioni di un tronco d’albero, e quindi cominciò presto a costruire delle zattere, a scavare i tronchi più grossi ed a gonfiare pelle di animali; il primo motore fu la mano, poi venne il remo e molto più tardi la vela e il timone. Queste furono invenzioni paragonabili a quelle della ruota per i trasporti terrestri. Victor Hugò diceva che, se il mare è il simbolo della potenza del Signore, la nave è la dimostrazione della capacità dell’uomo.

Il remo e la vela coesistettero per molti secoli e per assistere ad un nuovo passo nel campo nella propulsione si doveva attendere l’evento della macchina a vapore. Nel 1807 l’americano Fulton sperimentò la prima navigazione sull’Hudson con una nave a ruota mossa dal vapore.

La navigazione a vapore progredì, elica sostituì la ruota e si inizio a costruire gli scafi in ferro. Mentre i nuovi piroscafi americani, olandesi ed inglesi si arrischiavano nelle attraversate oceaniche, la vela continuo a dominare il mare fino alla fine del XIX secolo; i velocissimi Clippers condotti da capitani abili e coraggiosi, avvezzi alle più dure tempeste, gareggiavano nel trasporto del tè dalla Cina, di frutta e cafè dalle Indie orientali e dal Sud America di schiavi dall’Africa, nonché di oppio dall’Oriente.

Nel 1910 fu costruita in Danimarca prima nave con motore a combustione interna. Da allora le navi aumentarono di tonnellaggio e di potenza ed il ricordo delle 250 tonnellate delle caravelle di Colombo sembra ridicolo a fronte delle 80.000 tonnellate del “Queen Mary”.

Nel campo della propulsione, l’ultimo passo compiuto è quello del ricorso all’energia nucleare. Il suo impiego per gli scafi navali era già stato già previsto da Enrico Fermi fin dai tempi dei suoi studi, visto che sulle navi si disponeva di acqua in abbondanza per poter raffreddare le reazioni nucleari.

Le prime navigazioni dell’uomo furono condotte lungo le coste conosciute o con brevi balzi da un isola all’altra. Furono probabilmente gli Egizi ed i popoli panellenici di Rodi e di Creta ad affrontare per primi al navigazione d‘altura superando l’apprensione che dovette creare all’inizio solo la vista del cielo e mare. I Fenici impararono a servirsi degli astri come punti di riferimento e Ipparco, grande astronomo Greco, formulava per primo, due secoli prima di Cristo, le leggi sul moto degli astri nel cielo. I Greci cominciarono anche a descrivere le coste conosciute ed i poemi omerici ce ne tramandarono un primo esempio.

Dopo l’anno 1000 gli Arabi ripresero gli studi di astronomia e durante il Medioevo fu inventata la bussola e furono riportate sulle carte a le rose dei venti. Erano carte che si arricchivano continuamente delle notizie tramandate dai piloti nei loro manoscritti, ma la loro aderenza alla realtà geografica lasciava molto a desiderare per l’incapacità di determinare con rigore le posizioni, fra l’altro non si sapeva ancora che l’ago della bussola è deviato dalla direzione del nord vero ed i naviganti, seguendo i rombi disegnati sulle carte, procedevano ancora a tentoni.

Copernico, nel XV secolo compiva un notevole passo avanti nella conoscenza della terra, determinando la dimostrazione dei suoi movimenti.

Altri passi fondamentali furono fatti alla fine del XVI secolo: il geografo fiammingo Kremer, detto Mercatore, ideo una rappresentazione piana della superficie terrestre sulla quale le rotte che percorrono le navi vengono disegnate con rette ed all’inizio del XVIII secolo fu messo il punto uno cronometro navale indispensabile alla corretta navigazione astronomica, anche se, a quanto sembra, Cristoforo Colombo fu fra i primi naviganti ad usare l’orologio per la determinazione della longitudine.

I mezzi per determinare la posizione in mare fecero ulteriori grandi progressi ed oggi disponiamo di radiofari e satelliti artificiali ed ora premendo un bottone si vede apparire sul quadrante del calcolatore elettronico le coordinare geografiche del “punto nave”.

Le carte nautiche sono divenute documenti precisi e di facile consultazione sulle quali tutti i naviganti possono agevolmente risolvere i problemi della navigazione.

Tutto questo perfezionamento dei mezzi a disposizione del navigante non diminuisce l’importanza della sua sensibilità marinaresca che solo l’esperienza può affinare, che è indispensabile per affrontare le crisi dovute al mare capriccioso ed alle avarie delle “scatole elettroniche” e che fa del navigare un’arte.

Da quando l’uomo ha preso confidenza con il mare ha ritrovato in esso, nel contatto e nel confronto con la natura, la sua vera essenza e la sua vera forza.

Ed oggi chi si dedica al diporto nautico, se lo fa con serietà e intelligenza, ne ricava, al di la dei benefici della talassoterapia, un salutare ritorno delle cose semplici ed elementari alle sensazioni, malgrado o forse proprio grazie alla fatica muscolare ed all’impegno intellettuale, ritrova una libertà perduta; un’esaltazione individuale e soddisfazione di vittoria, senza spettatori.

 

 

                         Giordano Gagianesi